Per il bergamasco, è già attestato l'utilizzo della cediglia per quelle parole che derivano da latino ce/ci e si leggono come se fosse una /s/.
e.g. [der. civitas] MI cità / BG sità => çità
Perseguendo sempre questa linea di ragionamento, anche per il milanese è possibile concepirne un utilizzo. Il primo (raro), nei casi speculari al bergamasco. Il secondo nei casi in cui la ce/ci sia diventata un /sce-sci/.
e.g. (città di) Cesate => dial. Scesaa => possibile scrittura Çesaa (o Çesat / Çesad in grafia restituta)
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Altro argomento invece, vediamo le possibili soluzioni alternative alla scrittura (secondo noi erronea) delle parole in "s'c o s-c" e "s'c s-g", ossia s'cèt, s'giaff e così via.
Nel Giovanni Capis troviamo la soluzione in -shc e -shg. Questa soluzione è la più logica secondo lo schema di scrittura classico (e italiano), laddove la lettera -h ci segnala sempre uno "stop". Per esempio la parola schiena ci indica di pronunciare la -c dura (ossia "stop! non unire -c con la -i).
Pertanto si avrebbe: shcèt, shgiaff, e così via.
Una soluzione alternativa (evviva l'ovvietà) è la seguente: scièt*, sgiaff
N.B. * scièt (o sciett) è la forma etimologicamente corretta (der. equivalente all'italiano "schietto")
Questo modo in primis è speculare all'italiano (e.g. scentrare vs sceneggiatura), in secundis ci permette di fare quanto segue:
e.g. IT scena => MI scena (o scèna) ; IT schiena => MI scièna [BG schena]
Il problema di fondo è che dividere una parola (è questo di fatto) con un trattino, od apostrofo che sia, è un artificio esclusivamente "fonetico" e non ha nessun valenza dal punto di vista formale. Così come in italiano non si scrive "s-centrato" o "s'centrato", non si capisce perchè lo debba fare il lombardo con "s-centràt" o "s'centraa".
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